Giulia's profilepietre di lunaBlogListsGuestbook Tools Help

Blog


    6/7/2009

    PAPAVERI

     
    PAPAVERI
     
    Rossi bottoni
    cuciti dai grilli
    sull'abito verde
     
    6/6/2009

    Chi non muore... si rivede!!!!

    <
    eh eh, se speravate di esservi liberati di me... mi dispiace, ma la gramigna non muore mai!!!!
    Ci arriva magari vicina, però, all'ultimo momento, c'è sempre un pezzettino di radice, che rimane e rigenera..
    magari rigenera una gramigna rincoglionita,  che non si ricorda più nulla....che non si ritrova nel nella nuova versione di LIVE, ma si riprenderà presto...Statene certi!
    BEN RITROVATI A TUTTI/E
    4/20/2008

    Inciampare in una formica...

    Inciampare in una formica…

    Cadere, anzi precipitare e rialzarsi con la sensazione di non avere nulla di intatto…

     

    Una sera come tante, con il suo carico di una giornata pesante, di arrabbiature, di malinconie, di dolore fisico, di preoccupazioni.

    E dall’altra parte qualcuno che è nelle tue stesse condizioni, magari per altri motivi, vuole aiuto, e tu imbocchi la pista sbagliata…

    Non capisci, forse non PUOI capire, chissà…forse le ottiche sono diverse…

    Lo scontro…come in un incidente stradale, con un seguito pesante di accuse pesanti...

    A qualcuno non è mai capitato? Beato lui, vien da dirsi, ma non credo proprio che qualche fortunato ci sia..

     

    Quante volte è successo nell’arco di una vita? Moltissime, sicuramente, ma…

    Ma c’è sempre un attimo in cui le cose vanno diversamente, momenti in cui anche una brezza leggera sibila come un vento gelido e ti raggriccia dentro…

    Momenti in cui, appunto, sei inciampata in una formica, ma è come se fossi finita contro una montagna.

    Niente è più come prima…qualcosa si è rotto, non nel rapporto, che può anche ricucirsi, ma soprattutto dentro di te.

    E cominci a pensare un sacco di cose, cerchi di vederti come ti vede l’altro, ti guardi dentro per vedere se sei come lui ti vede…

    O come appari, se quella è l’immagine che dai di te.. che poi, a pensarci bene, non è che la cosa abbia molta differenza, soprattutto in un mondo virtuale.

    Rimugini, pensi e ponzi, e i giorni passano, lasciandoti dentro la sensazione di non capirci niente, di essere veramente così…di esserti guardata fino ad oggi con gli occhiali rosa…

     

    Capisci di aver sbagliato ancora una volta e non te la senti più di riprendere, temi di avere ancora scontri, maledici il tuo caratteraccio, ti senti veramente inutile…

    Ti viene una strana forma di allergia, non riesci neppure più ad aggiornare il blog, tutto ti sembra vuoto, non interessante, pensi che tutto sommato non gliene frega niente a nessuno, di sapere come stanno i tulipani…

    Provi a cambiar casa…in fondo hai un altro blog che avevi abbandonato…

    Ma l’allergia è dentro di te…tenti un paio di interventi, poi ti accorgi che sei completamente fuori tema…anche se piove da due settimane parlare di autunno a quasi primavera fa ridere… (ma non te).

     

    E cambiare piattaforma? No, nell’altro sito le regole sono diverse, non ti va di ricominciare a litigare con l’HTML. E probabilmente perché a questo punto non te ne può fregare di meno, di ricominciare qualcosa…

    Ma soprattutto non è così che risolvi il problema. Il problema è dentro di te; inutile cercare di nasconderlo.

     

    Balena azzurra si spiaggia qua. Torna ai suoi libri, che come i cani, sono gli unici amici VERI, che ti accettano come sei, senza chiederti nulla, senza pretendere di essere capiti, e senza offendersi se non riesci a farlo…

     

    Un saluto e buona fortuna a tutti coloro che hanno viaggiato, in questi tre anni con me, nel bene e nel male, nel mare virtuale di Messenger.

    4/2/2008

    Papavero... aneddoti e leggende

     Photobucket La tradizione mitologica narra che Demetra, dea delle messi e dei raccolti, trasformò in questo fiore il suo amato Mecone per sottrarlo alla morte che tocca a tutti gli esseri umani. Ma un'altra tradizione vuole che ne bevesse l'infuso dei semi per scordare il dolore per la morte della figlia, e per questo motivo viene definito il "fiore della consolazione", o "dell'oblio".
    Il papavero compare anche tra gli attributi del dio Sonno, Hypnos per i greci, che aveva talvolta questo fiore in mano ed era coronato da un diadema di papaveri, e pare che facesse addormentare gli uomini toccandoli con il fiore. 
    Ma esiste qualcosa che pur avendo il sapore di un curioso aneddoto, ha a che fare con la storia.
    Infatti Livio racconta un  curioso aneddoto. Da lungo tempo Tarquinio il Superbo era in guerra con la città di Gabi e non riuscendo a conquistarla, decise di ricorrere ad  un inganno. Abbandonò i preparativi militari, dando l’impressione di voler rinunciare alla conquista, e mandò il più giovane dei suoi figli, Sesto, in quella città dove il giovane finse di chiedere ospitalità per abbandonare il padre con il quale era in disaccordo perchè era stanco di fare guerre che duravano sempre molto. Gli abitanti della città lo accolsero di buon grado, tanto che in breve tempo ne conquistò la fiducia. A quel punto mandò a chiamare uno degli uomini di fiducia del padre per sapere come comportarsi. Tarquinio ricevette il messo nel giardino, e apparentemente non gli diede nessuna risposta, limitandosi a recidere le teste dei papaveri più alti che crescevano tra l’erba.
    Sesto capì il messaggio ed eliminò tutti i personaggi più importanti della città, che si trovò quasi senza accorgersene preda di Roma.

    Ancora oggi si usa l’espressione “alti papaveri” si riferisce alle persone più autorevoli.

    3/19/2008

    LE GOLOSE di GUIDO GOZZANO

    LE GOLOSE
     
    Io sono innamorato di tutte le signore
    che mangiano le paste nelle confetterie.
    Signore e signorine –
    le dita senza guanto –
    ritornano bambine!
     
    Perché nïun le veda,
    volgon le spalle, in fretta,
    sollevan la veletta,
    divorano la preda.
     
    C’è quella che s’informa
    pensosa della scelta;
    quella che toglie svelta,
    né cura tinta o forma.
     
    L’una, pur mentre inghiotte,
    già pensa al dopo, al poi;
    e domina i vassoi
    con le pupile ghiotte.
     
    Un’altra – il dolce crebbe –
    muove le disperate
    bianchissime al giulebbe
    dita confetturate!
     
    Un’altra, con bell’arte,
    sugge la punta estrema:
    invano! ché la crema
    esce dall’altra parte!
     
    L’una, senz’abbadare
    a giovine che adocchi,
    divora in pace. Gli occhi
    altra solleva, e pare
     
    sugga, in supremo annunzio,
    non crema e cioccolatte,
    ma superliquefatte
    parole del D’Annunzio.
     
    Fra quegli aromi acuti,
    strani, commisti troppo
    di cedro, di sciroppo,
    di creme, di velluti,
     
    di essenze parigine,
    di mammole, di chiome:
    oh! le signore come
    ritornano bambine!
     
    Perché non m’è concesso –
    o legge inopportuna! –
    il farmivi da presso,
    baciarvi ad una ad una,
     
    o belle bocche intatte,
    di giovani signore,
    baciarvi nel sapore
    di crema e cioccolatte?
     
    Io sono innamorato di tutte le signore
    che mangiano le paste nelle confetterie.
     
     
    - Guido Gozzano
     
    UNA POESIA QUASI SCONOSCIUTA  DI GOZZANO...
    NON HO RESISTITO
    3/10/2008

    VIAGGIO ALLA FIERA DELL'EST di Greg e Lillo

     

    VIAGGIO ALLA FIERA DELL’ EST

     

    Ci TROVIAMO in Ungheria appena fuori Tatabànya dove si svolge la fiera dell’est, una delle più importanti al mondo.

    In questa Fiera si compra e si vende un po’ di tutto, ma il più grosso giro d’affari ruota intorno agli animali. Vanno fortissimo i roditori e, in special modo, i topolini. Ce ne sono di tutte le tipologie e di tutti i colori e, tra l’altro, costano molto poco. Infatti Greg ne ha acquistato uno ad un prezzo davvero basso. Ora non ricordo l’ammontare esatto della spesa ma comunque l’ha pagato veramente due soldi.

    Ma venne il gatto, che si mangiò il topo, che al mercato Greg comprò. La cosa ci ha lasciati un po’ dispiaciuti non tanto per l’acquisto andato in fumo quanto per il fatto che ci eravamo abbastanza affezionati al topolino. Senza contare il tafferuglio creato dalla situazione e che ha scatenato la reazione di un cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo, che al mercato Greg comprò.

    Ora, se c’è una cosa che detestiamo, è la violenza sugli animali ma purtroppo non siamo riusciti a fermare un tizio che prese il bastone e picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo che al mercato Greg comprò.

    Come se tutto ciò non bastasse durante la colluttazione tra il tizio e il cane qualcuno ha urtato un grosso candelabro in pietra con tanto di candela accesa. Il candelabro è finito su una partita di carta pergamena, tra l’altro molto rara, che prese fuoco e bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo che al mercato Greg comprò.

    Non vi sto a raccontare la reazione dei mercanti che cercavano dì mettere in salvo la merce. Chi correa da una parte, chi dall’altra, insomma, un gran casino. Per fortuna passò un venditore di cocco con i secchi pieni d’acqua utilizzati per mantenere il cocco fresco e tirò quest’acqua che spense il fuoco che bruciò il bastone che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo che al mercato Greg comprò.

    Finalmente il fuoco era domato ma a terra c’era un bel pantano, meno male che venne un toro, che bevve l'acqua, che spense il fuoco, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo che al mercato Greg comprò.

    Tutto sembrava tornato alla normalità quando vedemmo un macellaio furente venire verso di noi “dov’è il mio toro?” Noi indicammo il bovino mentre beveva tranquillo l’acqua rimasta a terra. Non l'avremmo mai fatto se avessimo saputo la sorte che sarebbe toccata alla povera bestia, macellata all'istante.

    Infatti il macellaio uccise il toro, che bevve l’acqua che spense il fuoco, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo che al mercato Greg comprò.

    Non e’ certo facile macellare da solo un toro, è un lavoro molto faticoso, tant’è che al macellaio è sopraggiunto un infarto che lo ha seccato all’istante. Così, in una frazione di secondo, un attimo prima vivo e vegeto e un attimo dopo ecco che arriva l’angelo della morte sul macellaio, che uccise il toro,che bevve l’acqua che spense il fuoco, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo che al mercato Greg comprò.

    QUESTO PER DIRVI CHE CAVOLO DI GIORNATA CI È CAPITATA QUEL GIORNO ALLA FIERA DELL'EST DOVE PER DUE SOLDI UN TOPOLINO GREG COMPRÒ.

     

     

     

    3/8/2008

    ANNIVERSARIO

     
    Normalmente non amo fare post di vita vissuta,
    ma oggi è un giorno speciale...
     
    46 anni fa, a quest'ora 
    stavo partendo per il viaggio di nozze..
    Sì, avete capito bene...è l'anniversario del mio matrimonio.
    un matrimonio celebrato in sordina
    per l'impossibilità di mamma di parteciparvi
    per la sua grave infermità.
     
    46 ANNI...UNA VITA!
     
     
    E così scrivevo..
     
    Camminavo su mosaici di speranze
    con bagliori di lucciole negli occhi
    e arabeschi di rondini nel cavo delle mani,
    mentre la neve inventava filigrane
    di stelle sul biancore dell’abito e del velo.
    Ed il silenzio dell’ora desueta
    (oh, le chiacchiere stolte del piccolo paese
    per quelle nozze strane...
    di quaresima… e all’alba…. )
    liberava dai pioppi - e dai tuoi occhi-
    un antico imeneo.
     
    Giulia
     
     
     
     
    3/4/2008

    IO T'AMO di Pablo Neruda

    Io t'amo per cominciare ad amarti,
    per ricominciare l'infinito,
    per non cessare d'amarti mai:
    per questo non t'amo ancora.

    T'amo e non t'amo come se avessi
    nelle mie mani le chiavi della gioia
    e un incerto destino sventurato.

    Il mio amore ha due vite per amarti.
    Per questo t'amo quando non t'amo
    e per questo t'amo quando t'amo.

     

    Pablo Neruda

    2/27/2008

    UN LIBRO DA LEGGERE

    Immagine di La rilegatrice dei libri proibitiÈ il 1859 a Londra e Peter Damage, uno dei più rinomati rilegatori di libri della capitale inglese, si trova costretto dalla malattia, un’artrite reumatica che gli deforma le mani, e dall’impellente bisogno di denaro, a consentire a sua moglie Dora di praticare l’antica arte della rilegatura. È una decisione dolorosa, visto che da sempre quest’arte è trasmessa nella sua famiglia per via maschile.
    Nel giro di poco tempo, con l’aiuto dell’apprendista Jack Tapster e del rifinitore tedesco Sven, Dora Damage, però, non solo padroneggia perfettamente i segreti della rilegatura, ma allarga considerevolmente il giro d’affari del laboratorio di famiglia acquisendo nuovi clienti. Spicca tra questi un gruppo di altolocati aristocratici, cultori delle libertà in ogni campo e in particolare della libertà di collezionare libri pornografici.

    Consigliato a chi ha letto ed apprezzato PROFUMO.

     


     

    2/24/2008

    QUELLO CHE AMO di Bertolt Brecht

    Quello che amo
    mi ha detto
    che ha bisogno di me.
     
    Per questo
    ho cura di me,
    guardo dove cammino
    e temo
    che ogni goccia di pioggia
    mi possa uccidere.
     
    BERTOLT BRECHT
    2/23/2008

    PREMIO FOCA

    Foca L Pride 2008

     
    Premio Foca Fahrenheit 451
    al Miglior blog dedicato alla Tutela dei Libri e del relativo Patrimonio Culturale

     

    GRAZIE!

     


    2/15/2008

    TRAMONTO

    TRAMONTO
     
    La luce d'acciaio
    colpì la terra
    di spade lucenti
    tronchi già nudi
    e acque sommesse
    balenarono
    la lama sottile del sole..
     
     
    ALDO BRINA
    2/7/2008

    LE DONNE GIRAFFA

    donna giraffa
    UNA DONNA PADAUNG, COL SUO BIMBO
     
    Sono profughe, sono donne di etnia PADAUNG, trattate come animali allo zoo. Sono prigioniere, sono radunate in villaggi creati appositamente, dove i turisti al prezzo di soli 6 € possono ammirarle.
     
    VERSO I CINQUE ANNI al collo delle bimbe viene messo il primo collare di ottone, che pesa 3 kg, poi se ne aggiunge uno ogni due anni. Il risultato è l'abbassamento della clavicola e del torace e l'illusione del collo allungato.
    Anche se poi volessero togliere questi strumenti di tortura, non potrebbero più; il collo completamente atrofizzato non sarebbe più in grado di sostenere la testa e le poverette morirebbero soffocate.
     
    L'unica speranza per loro è che i turisti smettano di cercarle.
     
    ANCHE SE LA MIA VOCE NON HA ALCUN PESO... IO GRIDO:
     
    BOICOTTIAMO QUESTO ORRORE
     SE NESSUNO VA A VEDERLE
    NON SARANNO PIÙ FONTE DI GUADAGNO
    E LA BARBARIE CESSERÀ  
     
    2/3/2008

    un romanzo da leggere assolutamente

    Immagine di Acqua Chuya aveva sei anni quando venne chiesta in moglie da un vedovo di 44 anni. Dopo qualche anno la piccola si sposa con Hira Lal. Ma poco dopo Hira Lal muore e la bimba diventa una vedova...
    Non può più indossare abiti colorati e cuciti, ha il cranio rasato, mangiare cose dolci o fritte, è una Vedova cioè una non-donna, e deve vivere nell'Ashram delle vedove, con donne volto vecchie e inacidite..secondo la legge braminica...
    libro stupendo, descritto con maestria.

    2/1/2008

    SE MAI di ALDO BRINA

     
    Se mai ti cercassi
    in un prato lontano
    gli occhi luminosi
    il viso sorridente
    troverei un solo fiore
    tra mille e mille
    con il tuo profumo
    di eterna primavera.
     
    ALDO BRINA
    1/25/2008

    L'HAIKU del giorno

     
    Luna piena
     
    oggi anche tu
     
    vai di fretta.
     
     
    ISSA 1762-1826
    1/24/2008

    l'Aforismo del giorno

    LA LIBERTÀ ,

    COME LA VITA,

    SI MERITA SOLTANTO CHI,

    OGNI GIORNO,

    LA DOVRÀ CONQUISTARE.

     

    JOHANN WOLFANG GOETHE

    1/23/2008

    Crocicchio di Federico Garcia Lorca

    CROCICCHIO
     
     
    Vento dell'est;
    Una lanterna e un pugnale nel cuore.
    La strada ha un tremore di corda tesa.
    Un tremore di enorme tafano.
     
     
    FEDERICO GARCIA LORCA
    10/23/2007

    GREG & LILLO TRAVEL

    La sagra della mensa aziendale a San Crispello

    Di Greg e Lillo

     

    SAN CRISPELLO è un paesino marittimo di 1500 anime ubicato sulle rive del mar Ivesto. Nonostante il mare pulito e le caratteristiche casette dai colori pastello il luogo non va di moda. I turisti preferiscono prenotare presso i paesi limitrofi, sicuramente più attrezzati di questa simpatica cittadina. Lo scorso anno il sindaco ha deciso di proporre una sagra per creare un minimo di attrazione puntando su un prodotto tipico.

    Ma qual è il prodotto tipico dì san Crispello? Purtroppo non c’è.

    IL SINDACO e i suoi collaboratori si sono accorti con raccapriccio che la cucina di san Crispello è piuttosto banale: pastasciutte cipolla e pomodoro, insalate, petto di pollo ai ferri e tante altre cose di normale amministrazione. La prima soluzione che il sindaco ha pensato è stata inventare immediatamente un nuovo piatto. Sono così stati riuniti tutti gli chef del paese (Gargiulo Marzocchi e Franco Balloni) che si sono messi all’opera con grande entusiasmo. Gargiulo ha proposto di aggiungere della pancetta agli spaghetti pomodoro e cipolla, ma qualcuno ha fatto notare l’esistenza di un piatto abbastanza famoso a base di pomodoro, cipolla e pancetta chiamato “Amatriciana”. Franco ha proposto di impanare i petti di pollo e guarnirli con dei pachino ma anche in questo caso il piatto non è stato accolto con particolare impeto dalla commissione. Improvvisamente il sindaco ha avuto il lampo di genio: “Organizziamo la sagra della mensa aziendale!”.

    PERCHE’ inventare un piatto di sana pianta quando si possono usare quelli che si hanno inserendoli in un giusto contesto? Tutti hanno accolto con trasporto la proposta del sindaco e si sono messi subito al lavoro. Per prima cosa pensare all’allestimento scenografico. Tutti d’accordo sullo scenario squallido e asettico: sedie e tavoli di plastica bianca, vassoi, piatti di carta ed il gioco è fatto.

    IL GIORNO della sagra tutti gli abitanti di San Crispello attendevano con ansia l’arrivo dei turisti per vedere la loro reazione. Incredibilmente i turisti sono arrivati dalle prime ore del pomeriggio e alle nove di sera la piazza che ospitava la sagra era traboccante di avventori. Ma le prime lamentele non hanno tardato ad arrivare. Un tizio ha protestato per la pasta troppo al dente: “Secondo voi nelle mense aziendali la pasta è cotta al dente? Certo che no!! È colla! Stucco! Quasi spalmabile!!! Voi non sapete neanche dove stanno di casa le mense aziendali!!!”ha urlato il tale in faccia ad una delle ragazze di servizio al banco. Una signora si è indignata per la varietà dell’insalata: “Ma mi prendete in giro? Carote, mais, finocchi...nelle insalate delle mense aziendali c’è solo qualche foglia di lattuga e anche moscietta!!!”. Queste rimostranze sono aumentate e molti turisti se ne sono andati stizziti. Insomma, un fiasco. La lezione che il sindaco ha imparato è stata che nella vita bisogna evitare i “vorrei ma non posso”. È difficile cucinare male come in una mensa aziendale, così come è difficile cucinare bene come in un ristorante cinque stelle.

    QUEST’ANNO la sagra ha proposto gli stessi identici piatti con grande successo...è bastato cambiare nome: “La sagra di quello che passa il convento».

     

     

     

    10/6/2007

    UNA SERA DI SETTEMBRE - Quadretto napoletano

    Sto revisionando Matilde Serao, e da questa opera ormai introvabile, mi piace riproporre un quadretto di questa Napoli che fu vista con gli occhi dolci-amari di una sua figlia che non disdegna di metterne in evidenza i difetti, pur scusandoli, quasi.

    Tratto da IL ROMANZO DELLA FANCIULLA, (la mia edizione è del I893) eccovi quindi

    UNA SERA DI SETTEMBRE
     
     
    Dolcissima ai sensi, soavissima al cuore era scesa sopra Napoli la sera di settembre. Alte, nitide, con un tremolìo vivo scintillavano le stelle: dalle finestre spalancate sull’ombra, dai balconi dove qualche ombra bianca contemplava la sera fiotti di luce uscivano: dalle tèrrazze venivano suoni amorosi di chitarre di mandolini e voci cantanti, con lunghe nenie sentimentali: per tutto era un odore acuto penetrante, di fiori nascosti, di piante germoglianti nell’ombra, di erbe odorifere; per tutto un soffio tepido, carezzevole che pareva l’alito di persona amata. E dalle otto, per le vie di Toledo, di Chiaia, del Chiatamone fra le vetrine tutte fulgide di gioielli, di ventagli piumati, di cappellini eleganti o lungo la riva del mare poetico, su cui sfrusciano i platani del Chiatamone, era un lento movimento di gente che si avviava alla Villa. Due file di carrozze scendevano in giù, come due fiotti rotolanti; il tram carico, ogni minuto passava correndo e fischiando, attraverso piazza San Ferdinando, portando sempre gente alla Villa; ma i marciapiedi erano fitti fitti di pedoni che, mollemente, in quella sera di domenica, se ne andavano al grande ritrovo serotino napoletano.
    Era una sfilata continua di abiti bianchi, o chiarissimi, su cui erano stati gittati, talvolta, più per grazia, che per ripararsi dal fresco autunnale, certi scialletti di lana azzurra o di un roseo molto tenero; una sfilata continua di visetti freschi, giovanili, con la frangetta di capelli bruni o di capelli biondi tagliata sulla fronte, in linea retta, come i cavalieri che si vedono nei quadri del Giorgione, con la treccia grossa raccolta sulla nuca, attraversata da uno spillone di tartaruga. Dietro venivano le mamme, i padri, le zie, le vecchie cugine, gli accompagnatori e le accompagnatrici rassegnate e pazienti, che trascinavano il passo: ma veramente la serata domenicale alla Villa, apparteneva alla gioventù, alle ragazze e ai giovanotti a cui basta un po’ di cielo sereno, un albero, una nota, musicale allegra o triste, un’occhiata fugace, un piccolo sorriso, per essere profondamente felici.
    E alla porta spalancata del grande giardino pubblico che la gioventù napoletana adora e a cui deve tanto l’amore, il flutto della gente si disperdeva pei cinque viali diritti, fiocamente illuminati dai lumi a gas. Per 1’ ultimo viale a sinistra andavano gli esseri solitari, melanconici, che cercavano invano un’anima vibrante alla loro vibrazione di sentimento; pel secondo gli idillii già cominciati e fiorenti, sotto i materni sguardi indulgenti, le coppie amorose che forse si sarebbero sposate, nevvero, tutto si fa in questa onesta intenzione, la questione è solo di tempo, intanto si è giovani ed è bello l’amarsi, quando tanta è la dolcezza delle stelle e degli sguardi femminili.
    Proprio, quel secondo viale, porta il nome di viale degli amanti, così naturalmente vi si avviano le coppie che amano di camminare piano, stringendosi ogni tanto la mano, scambiando quelle brevi parole sommesse che equivalgono a un bacio, tanto dentro vi trema una emozione: e dietro le accompagnatrici o gli accompagnatori vanno ehìaechierando fra loro, sorvegliando abbastanza, non molto, misurando saggiamente l’amore ai puri esseri innocenti, che così poco rende felici. Nel grande viale di mezzo andavano le comitive, due o tre famiglie riunite che si dànno convegno da una domenica all’altra, che si ritrovano per via, che camminano per file, le ragazze con le ragazze, le mamme con le mamme e i giovanotti dietro, con la tuba sulle ventitrè, il fiore all’occhiello, la mazzettina sotto il braccio; e queste comitive si seguono, senza fine, chiamandosi, rispondendosi, con le file che ogni tanto si arrestano, aspettandosi, riunendosi, avendo per questo bisogno di andarsene pel grande viale di mezzo, tutto scoperto, sotto la chiara luce delle stelle.
    Nel primo viale a destra, dove è doppia la fila dei lampioni, andavano tutti quelli che volevano essere veduti: le ragazze più vanitose che sentimentali, più civettuole che amorose, le quali preferiscono l’ammirazione volgare di venti passeggiatori, all’amore di uno solo, le spose fresche che inalberano il loro primo vestito di seta chiara e il cappello con la piumetta tremolante; le vedove scaltre che vorrebbero riprendere marito e non si decidono, e intanto godono quello stato transitorio, così pieno di delizie per la vanità femminile; gli uomini che vogliono attirar l’attenzione e i personaggi che si credono importanti. Solo l’ultimo viale a destra, chiamato dei filosofi, piccolo, stretto, oscuro, un po’ sinuoso, era deserto, frequentato solo di giorno, quando il sole lo riscalda. E in tutti quattro i viali, fra gli alberi, fra le bianche statue di marmo, che coronano le fontane e da cui qualche sottile filo di acqua scorre nella vasca sottoposta, fra il candore delle ninfee, fra i bianchi sedili di marmo già tutti occupati, continuava a sfilare quel biancheggiamento di vestiti, quella processione gentile di ombre femminili, che sono la nota predominante delle serate estive napoletane, alla Villa.